Olimpiadi eco-friendly? Sì, ma solo a metà. La XXXI edizione dei Giochi Olimpici è in corso e se molte sono le iniziative prese per rendere il più basso possibile il suo impatto ambientale, l’inquinamento delle acque delle gare e quello dell’aria che grava sulla città di Rio rendono più difficile considerare questa olimpiade davvero “green”.

 

Un piano di sostenibilità ambientale ambizioso

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Per lo svolgimento di queste Olimpiadi, il Comitato organizzatore ha approvato un programma completo per la sostenibilità, da sviluppare e monitorare prima, durante e dopo le gare. Nelle intenzioni degli organizzatori, quello di far diventare la sostenibilità un “seme da coltivare da parte della società nel suo complesso”. Il programma per la sostenibilità si fonda sull’armonia di tre pilastri principali, PEOPLE, PLANET e PROSPERITY, e ha come obiettivi stabilire uno standard di sostenibilità per lo svolgimento degli eventi, inserire la sostenibilità nel DNA dell’organizzazione dei Giochi, servire come esempio di buone pratiche sostenibili e, infine, essere trasparenti grazie al dialogo con la società civile. Già nella serata dell’inaugurazione la scelta ecologica delle Olimpiadi brasiliane era risaltata: intanto, i cinque cerchi olimpici erano stati realizzati con delle piante; poi, tutti i portabandiera delle nazioni partecipanti avevano depositato un seme come simbolo della nascita della grande foresta degli atleti ma anche come monito per promuovere la riforestazione, visto che tutti i semi verranno trasferiti nella foresta di Zona Deodoro dove avranno la possibilità di crescere rigogliosi. Ci sono poi stati altri segnali incisivi, come l’arrivo dei volontari in bicicletta oppure chiari riferimenti al problema del surriscaldamento globale.

 

 

Inziative green per delle Olimpiadi a basso impatto ambientale

Ma le iniziative green non si sono fermate certo alla inaugurazione. Tutti i vincitori, ad esempio, stanno ricevendo medaglie “sostenibili”. Quelle d’oro, infatti, sono state prodotte senza l’utilizzo di mercurio. Per realizzare quelle d’argento e di bronzo, invece, sono stati scelti materiali riciclati, almeno per il 30% del totale. I metalli, poi, sono stati scelti tra quelli derivanti unnamed (1)da estrazione e raffinazione avvenute nel rispetto di criteri ambientali e di diritti del lavoro. Inoltre, ben il 50% della plastica usata per creare i nastri per le medaglie proviene dal riciclo delle bottiglie di plastica. Infine, gli stessi contenitori delle medaglie sono “green” in quanto realizzati esclusivamente con legno legale e sostenibile, certificato dal FSC (Forest Stewardship Council). Grazie alla certificazione FSC, le aziende si impegnano ad acquistare e vendere prodotti a base di legno provenienti da fonti responsabili. Tutti i prodotti che portano questo marchio provengono infatti da foreste gestite secondo rigorosi criteri ambientali, sociali ed economici. E la certificazione, sia del legno che della carta da parte del FSC, è davvero un punto centrale della campagna di sostenibilità delle Olimpiadi brasiliane: sono infatti strutture certificate FSC la pista del velodromo olimpico, la facciata del golf club, 185 podi olimpici, 191 podi paraolimpici, 93 rampe paraolimpiche, pavimenti, mobili, contenitori, corrimano e divisori utilizzati in strutture temporanee. Per quanto riguarda la carta, invece, sono certificati 7,5 milioni di biglietti per eventi olimpici e paraolimpici, 37.347 pergamene, 5.130 certificati di autenticità delle medaglie dei giochi olimpici e paraolimpici, 93.754 certificati di partecipazione, 237.877 certificati celebrativi e gli album di figurine celebrativi di Rio 2016. Secondo Kim Carstensen, Direttore Generale di FSC, “le Olimpiadi sono un evento in grado di ispirare valori condivisi, e Rio 2016 ha messo la sostenibilità ambientale al centro. Scegliendo forniture certificate FSC si è voluto sottolineare l’importanza di una selvicoltura responsabile, incoraggiando le persone a cercare i prodotti certificati al fine di contribuire a preservare le foreste per le generazioni future”. Anche dal punto di vista alimentare si sono fatti notevoli sforzi per rendere minima l’impronta ambientale dell’evento. Il pesce, ad esempio: più di 70 tonnellate di frutti di mare serviti ad atleti e addetti ai lavori, equivalenti a più di 350mila porzioni, proverranno dalla pesca di aziende in grado di soddisfare i requisiti del Marine Stewardship Council (MSC) o dell’Aquaculture Stewardship Council (ASC). Ciò ha comportato un notevole lavoro di ricerca per assicurare nuove forniture di frutti di mare certificati e, di conseguenza, numerose aziende agricole e della pesca in tutta la regione hanno preso provvedimenti per migliorare le loro prestazioni ambientali, al fine di soddisfare gli alti standard stabiliti da MSC e ASC. Per quanto riguarda la carne, invece, vi è stata la rassicurazione del Comitato olimpico che, in nessun caso, questa proverrà da aree deforestate per l’allevamento. Molto importanti, poi, le disposizioni in materia di rifiuti: a volontari e impiegati sono stati dati consigli per produrne il meno possibile, ad esempio evitando di stampare inutilmente da computer. Sono stati poi vietati, nella sede principale, bicchieri di plastica e cestini individuali.

 

 

È la delegazione olandese la più green delle Olimpiadi

A tali iniziative ecologiche degli organizzatori, stanno rispondendo gli stessi partecipanti. C’è una delegazione su tutte che svetta ed è quella degli olandesi. Sin dai primi giorni, infatti, si sono viste sfrecciare le biciclette arancioni sulla pista ciclabile che corre lungo l’Oceano di Rio. Le biciclette sono state prodotte dall’azienda Gazelle che, in partnership con il colosso mondiale della birra Heineken, ha fornito centinaia di due ruote arancioni, messe a disposizione degli atleti, dei membri della delegazione e degli ospiti provenienti dai Paesi Bassi. Una scelta green a tutti gli effetti, ma anche una scelta azzeccata per risolvere il problema della mobilità nella città di Rio, tra le più popolose e trafficate al mondo.

 

 

Inquinamento di aria e acqua, Rio non sale sul podio

Se la volontà degli organizzatori è andata decisamente nella direzione di rendere quelle di Rio olimpiadi sostenibili, due nervi sono rimasti ancora scoperti, e non sono servite tutte le azioni compiute nei mesi precedenti l’avvio dei Giochi per risolvere problemi così macroscopici. Prima di tutto, l’inquinamento dell’aria: secondo quanto diffuso dall’agenzia Reuters, l’aria di Rio ha oltrepassato per lungo tempo i limiti del particolato (Pm) stabiliti dall’Oms (Organizzazione mondiale per la Salute). Alla ricerca ha partecipato anche Paulo Saldiva dell’Università di San Paolo che, senza tanti giri di parole, ha affermato che quella sugli atleti “decisamente non è un’aria olimpica”. I risultati di tale ricerca sono preoccupanti per la salute di tutti i partecipanti all’Olimpiade, ma ancor di più per i residenti di Rio: dal 2008 l’aria della metropoli ha infatti oltrepassato in media due-tre volte l’anno i limiti di PM10, Più precisamente, dal 2010 al 2014 la media/anno è stata di 52 microgrammi per metro cubo d’aria, mentre il limite raccomandato dall’Oms si ferma a 20. In particolare, il particolato 2,5, molto pericoloso perché estremamente sottile e facilmente infiltrabile, ha sorpassato il limite annuale Oms nell’83% dei casi, con alcuni picchi da sottolineare, perché relativi alle zone che interessano le gare: allo stadio Olimpico con 65 microgrammi di PM2,5 unnamedper metro cubo d’aria a giugno, 57 a Copacabana e 37 al villaggio olimpico, al di sopra dei 25 microgrammi raccomandati come limite dall’Oms nell’arco delle 24 ore. Altra emergenza ambientale quella relativa alle acque, in particolare della Baia di Guanabara, dove si svolgono le gare di nuoto, vela e windsurf. Qui scienziati e ambientalisti da tempo denunciano il ritrovamento di rifiuti e materiali più disparati, oltre che animali morti e sacchetti di plastica. Una ricerca condotta da The Associated Press lo scorso anno ha registrato, grazie ad alcuni test, la presenza di virus che causano malattie addirittura ad un livello di 1,7 milioni di volte superiore il livello di quello che sarebbe considerato pericoloso su una spiaggia qualunque della California. L’organizzazione dei Giochi si era impegnata, già al momento dell’assegnazione, a diminuire l’inquinamento dell’80% ma, per sua stessa ammissione, è riuscita a raggiungere il modesto traguardo del 10%. La prima vittima dell’acqua inquinata della baia è stata la velista belga Evi Van Acker che non si è sentita bene dopo le gare del 10 agosto. La velista avrebbe contratto una infezione intestinale a luglio, durante le prove. Si tratterebbe di un batterio che causa dissenteria ed è molto resistente ai farmaci, tanto da poter creare malessere per mesi. A causa di questo inquinamento così pericoloso, tutti gli atleti sono stati invitati alla vigilia dei Giochi ad assumere il vaccino contro l’epatite A. A loro è stato dato un consiglio, semplice quanto disarmante, da un membro del team di vela olandese Afrodite Zegers: tenere la bocca chiusa quando arriveranno gli schizzi d’acqua.