Chris Packham critica i 24 miliardi di sterline destinati alla cattura del carbonio, denunciando risultati incerti. Analisi della tecnologia e alternative di investimento
Nel mondo delle politiche climatiche, poche domande sono più urgenti di questa: stiamo davvero spendendo i soldi giusti nel posto giusto? A ottobre 2026, Chris Packham — naturalista, conduttore televisivo e attivista ambientale tra i più noti del Regno Unito — ha alzato la voce contro il governo britannico, accusandolo di voler destinare 24 miliardi di sterline a tecnologie di cattura del carbonio dai «risultati ludicramente incerti». Una critica che arriva da una voce autorevole, capace di spostare l’attenzione pubblica su scelte che spesso restano confinate nei corridoi della politica energetica. E che merita di essere esaminata con attenzione, perché riguarda non solo il clima del pianeta, ma anche il modo in cui le democrazie decidono come investire risorse pubbliche enormi.
Chi è Chris Packham e perché la sua voce conta
Chris Packham non è un semplice opinionista televisivo. È un broadcaster con decenni di esperienza nella divulgazione scientifica e naturalistica, ma è anche un environmental campaigner — un attivista ambientale — che ha scelto di portare le proprie battaglie fuori dagli studi televisivi e dentro le aule dei tribunali. È noto al pubblico italiano soprattutto per i suoi documentari sulla natura, ma nel Regno Unito è una figura che divide: amata da chi vuole politiche climatiche più coraggiose, criticata da chi lo considera troppo radicale.
Quello che lo distingue da molti altri commentatori è la disponibilità a prendere posizioni concrete e rischiose. Packham ha intrapreso azioni legali contro il governo britannico su questioni di politica climatica — un passo che richiede risorse, coraggio e una convinzione profonda. Non si tratta, insomma, di un personaggio che parla per titoli di giornale e poi sparisce. Quando a ottobre 2026 ha chiesto alla Cancelliera di scrap — eliminare — il piano di spesa da 24 miliardi di sterline per la cattura del carbonio, lo ha fatto con la credibilità di chi ha già dimostrato di essere disposto ad andare fino in fondo.
Cosa si intende per cattura del carbonio e perché è al centro del dibattito
La cattura del carbonio — in inglese carbon capture and storage, spesso abbreviata in CCS — è un insieme di tecnologie progettate per intercettare la CO₂ emessa da impianti industriali o centrali elettriche prima che raggiunga l’atmosfera, e per stoccarla in formazioni geologiche sotterranee. L’idea di fondo è seducente: invece di smettere di emettere carbonio (cosa difficile e costosa nel breve periodo), si “cattura” il problema alla fonte.
In teoria, la CCS potrebbe svolgere un ruolo importante nella transizione energetica, soprattutto in settori difficili da decarbonizzare come la produzione di cemento, acciaio o fertilizzanti. Ma il divario tra la promessa teorica e la realtà pratica è ancora enorme. I progetti pilota nel mondo hanno mostrato risultati alterni: costi molto superiori alle previsioni iniziali, problemi tecnici ricorrenti, e capacità di stoccaggio reale spesso inferiore a quella dichiarata. È proprio questo divario che Packham definisce «ludicrously uncertain» — ludicramente incerto — una scelta di parole volutamente forte, pensata per scuotere l’opinione pubblica.
→ Leggi anche: Greentech per la casa: i gadget sostenibili che conviene davvero comprare
Il punto non è che la cattura del carbonio sia inutile in assoluto. Il punto è che investire 24 miliardi di sterline in una tecnologia ancora largamente non dimostrata su scala industriale, mentre altre soluzioni già mature vengono sottofinanziate, è una scelta politica che merita un dibattito serio e trasparente. Packham chiede esattamente questo: che quella scelta venga rimessa in discussione.
Il nodo dei 24 miliardi: una cifra che fa discutere
Ventiquattro miliardi di sterline è una somma che fa girare la testa. Per dare un’idea della scala: si tratta di risorse pubbliche sufficienti a finanziare anni di programmi di efficienza energetica nelle abitazioni, di espansione delle energie rinnovabili, di riqualificazione dei lavoratori dei settori fossili, di tutela degli ecosistemi naturali. La domanda che Packham pone — e che molti scienziati e attivisti si pongono da anni — è semplice: se queste risorse venissero indirizzate verso soluzioni già disponibili e già dimostrate, quanta CO₂ in più riusciremmo a evitare rispetto a quanto potrebbe fare la CCS nei prossimi decenni?
Non è una domanda retorica. È una domanda di opportunity cost — il costo opportunità di ogni scelta pubblica. Ogni sterlina spesa in un progetto di cattura del carbonio è una sterlina che non viene spesa altrove. E quando i risultati di quella spesa sono, per ammissione dello stesso governo, incerti, il dibattito diventa ancora più urgente.
Va detto con onestà: non è chiaro dai dati disponibili se la cifra di 24 miliardi rappresenti un impegno complessivo pluriennale o una spesa annuale. È un dettaglio importante, che il dibattito pubblico dovrebbe chiarire prima che i fondi vengano effettivamente stanziati. Packham, con la sua critica pubblica, sta chiedendo esattamente quella chiarezza.
Perché questo dibattito riguarda tutti, non solo il Regno Unito
Sarebbe un errore leggere questa vicenda come un problema esclusivamente britannico. La tensione tra cattura del carbonio e soluzioni alternative è al centro delle politiche climatiche di molti paesi, inclusa l’Italia. Anche nel nostro Paese si discute di come allocare i fondi pubblici per la transizione energetica: quanta parte destinare alle rinnovabili, quanta all’efficienza degli edifici, quanta a tecnologie ancora sperimentali come la CCS.
→ Leggi anche: Metano, il rinvio delle regole UE: come le pressioni USA cambiano la lotta al clima
Il caso britannico è utile proprio perché mette in luce un meccanismo che si ripete ovunque: le grandi industrie energetiche e i governi che vogliono evitare tagli netti alle emissioni tendono a sostenere la CCS come una via di mezzo — una tecnologia che promette di risolvere il problema senza stravolgere il sistema produttivo attuale. Ma se quella promessa non viene mantenuta, il risultato è che si perdono anni preziosi e miliardi di risorse pubbliche.
La critica di Packham, in questo senso, è anche una critica a un certo modo di fare politica climatica: quello che preferisce soluzioni tecnologiche future e incerte a cambiamenti strutturali difficili ma necessari oggi. È una critica che risuona ben oltre i confini del Regno Unito.
Cosa può fare un cittadino di fronte a queste scelte
Di fronte a decisioni di questa portata, è facile sentirsi impotenti. Ma il caso di Packham dimostra che la pressione pubblica — esercitata attraverso campagne, azioni legali, dichiarazioni forti e ben argomentate — può effettivamente influenzare le scelte dei governi. Informarsi è il primo passo: capire cosa si intende per cattura del carbonio, quali sono i dati reali sulle sue prestazioni, e quali alternative esistono, è fondamentale per partecipare a un dibattito che riguarda il futuro del pianeta.
In Italia, organizzazioni come l’IPCC — Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico pubblicano rapporti accessibili e aggiornati sullo stato delle tecnologie climatiche, inclusa la CCS. Leggerli, condividerli, citarli nelle conversazioni con amici e familiari: sono azioni piccole, ma che contribuiscono a costruire un’opinione pubblica più informata e più capace di chiedere conto ai propri governi.
Seguire con attenzione il dibattito britannico sui 24 miliardi per la cattura del carbonio può anche aiutarci a capire cosa potrebbe succedere in Italia nei prossimi anni, quando anche il nostro governo dovrà fare scelte simili su come allocare le risorse per la transizione energetica. La voce di Chris Packham, in questo senso, è un promemoria utile: le grandi decisioni climatiche non vanno lasciate solo ai tecnici e ai politici. Hanno bisogno di una società civile vigile, curiosa e disposta a fare domande scomode.
Il dibattito sulla cattura del carbonio è appena iniziato, e nei prossimi mesi vedremo se la Cancelliera britannica risponderà alle critiche di Packham con dati concreti o con promesse vaghe. In entrambi i casi, sarà una lezione preziosa su come le democrazie affrontano — o evitano — le scelte più difficili della transizione ecologica. E un invito, per ognuno di noi, a restare svegli e informati.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
