Nel mondo globalizzato nel quale viviamo, siamo in grado di cogliere e conoscere dettagli di culture differenti dalla nostra anche solo navigando su internet. Si tratta di un modus operandi completamente rinnovato rispetto alle potenzialità che anche solo i nostri genitori hanno avuto in precedenza.

Il web ha aperto le frontiere, quantomeno a livello informativo. Non ci sogneremmo mai di affermare che questo processo possa essere sufficiente: un viaggio con l’intento di conoscere una nuova cultura rimarrà per sempre la scelta più giusta che si possa fare. Ci è capitato, qualche giorno fa, di incappare nel detto orientale che recita:

“Chi pianta tamarindi, non raccoglie tamarindi”

Qual è il senso?

In linea di massima le culture di questa parte del mondo sono abbastanza riflessive. Pensiamo all’haiku giapponese: in soli tre versi, è possibile trovare moltissimi spunti di discussione. Ed effettivamente in questo caso ci troviamo di fronte a qualcosa di molto simile.

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La pianta del tamarindo, prima di dar luce ai suoi primi frutti, impiega circa 90 anni. Questo significa, senza difficoltà interpretative, che difficilmente colui che pianterà il seme riuscirà ad assaggiarne le prelibatezze. Un insegnamento di vita insomma, nonché un invito all’amore verso il prossimo e alla lungimiranza.

Ma cos’è esattamente un tamarindo? Si tratta di un frutto tropicale appartenente alla famiglia delle Fabaceae. La realtà è diversa da quella che racconta il detto: occorrono infatti circa 7 anni prima che la pianta dia i suoi frutti. Nella cultura occidentale questo è prettamente utilizzato all’interno di bibite rinfrescanti (come la granita) e salse (come la Worcestershire.

Proprio quest’ultimo utilizzo è quello che invece è più caratteristico nelle culture orientali. Moltissimi chutney preparati in India e Pakistan sono a base di questo particolarissimo frutto.