Durante l’ultimo periodo in molti hanno avuto l’occasione di scoprire nel dettaglio cosa successe circa trentaquattro anni fa nei pressi della centrale nucleare V.I. Lenin di Chernobyl, Ucraina. Nel 2019 infatti è andata in onda per la prima volta una ricostruzione completa dei fatti relativi al disastro che costò la vita a circa 65 persone nella notte del 26 aprile 1986.

Questo conteggio, oltre ad essere presunto (e lasciateci dire poco realistico), non tiene presente le migliaia di vittime postume, colpite principalmente da tumore alla tiroide. Si tratta senza il minimo dubbio del disastro nucleare più grave della storia, che ha comportato l’evacuazione di circa 336 000 cittadini sovietici. A livello ambientale, l’area continua ad essere inutilizzabile. Qualche settimana fa vi avevamo segnalato la natura rigogliosa e l’insediamento di moltissimi animali selvatici nell’area protetta.

Non c’è fine

Proprio la presenza di flora e fauna ci aveva illuso relativamente ad un miglioramento della situazione nei luoghi del misfatto. Non che questi potessero tornare ad ospitare della popolazione: ci vorranno moltissimi anni prima di potersi avvicinare nuovamente senza protezioni al nocciolo scoperchiato della centrale nucleare.

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Negli ultimi giorni si è verificato un incendio boschivo proprio nelle vicinanze della centrale. Nulla di così particolare, se non fosse che le misurazioni delle radiazioni, nel cuore delle fiamme, risultano circa 16 volte superiori rispetto al limite individuato dalle autorità.

La faccenda si fa preoccupante: il rogo ha già distrutto circa cento ettari di foresta, e la nube che si sta formando dalle fiamme è senza alcun dubbio radioattiva. Saranno necessari interventi di controllo per far si che la situazione non sfugga di mano.