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Bioplastica, anche il packaging diventa green

Redazione 21 Maggio 2016

La nostra vita di tutti i giorni ha bisogno di bioplastica. A cominciare dai gesti più banali. Ad esempio, per il piacere del palato dei bongustai ecologisti, di gelato bio, ecosostenibile e a chilometro zero ormai sono pieni i negozi. Lo stesso purtroppo non si può dire delle vaschette bianche che servono per trasportarlo a casa. È il classico polistirolo: solo in Italia se ne producono ogni anno circa 70 milioni di pezzi. Certo, sono pratiche, leggere, resistenti e soprattutto costano poco: 30 centesimi di euro. Sarebbero perfette, se non fosse poi che una volta svuotate diventano un rifiuto difficile da smaltire. In generale andrebbero lavate e poi gettate con la plastica, in realtà troppo spesso finiscono nell’indifferenziato o, peggio, disperse nell’ambiente insieme ai semenzai per le piantine e le vaschette per il pesce, di cui, come denuncia Legambiente, sono pieni i nostri mari. d8e1d7a4-1bd3-4130-8fc5-46eb5de6e060Oramai è certo, il polistirene (comunemente chiamato polistirolo) così come la plastica, è un materiale che immesso nell’ambiente naturale provoca molti problemi, non solo perché è uno dei tanti derivati del petrolio, prodotto quindi, con una risorsa in via di esaurimento, e per questo sempre più costosa; ma soprattutto perché si tratta anche di materiale estremamente inquinante in ogni fase del ciclo di vita: dalla produzione allo smaltimento che, se avviene mediante combustione, libera anche diossina. Una delle risposte al problema arriva oggi dalle bioplastiche, una grande famiglia di materiali composti da polimeri di origine vegetale. In Italia una delle aziende più attive in questo campo è la Green Evolution di Bolzano che, utilizzando un brevetto olandese, ha sviluppato una gamma di prodotti biodegradabili che consentono di abbattere l’impatto ambientale. Si tratta di una bioplastica particolare che permette di realizzare contenitori per gli alimenti biodegradabili: dalle vaschette per il gelato artigianale, appunto, fino alle cassette per la frutta e ai semenzai compostabili. Il prefisso “bio” posto prima della parola plastica o della parola polimero può indicare l’origine rinnovabile delle materie prime. In tal caso con bioplastica o biopolimero si intendono quelli ottenuti a partire da materie prime rinnovabili, invece che fossili cioè, per esempio, da materie prime di origine vegetale invece che dal petrolio. I contenitori così realizzati dopo l’uso possono essere smaltiti nell’umido perché si biodegradano in pochi mesi: «Abbiamo iniziato nel 2014 – spiega Marco Benedetti, che di Green Evolution è il fondatore – l’idea era quella di trovare un materiale che potesse sostituire il polistirolo che, oltre a essere molto inquinante, una volta disperso nell’ambiente risulta difficile da recuperare». Così si è arrivati all’acido polilattico: un prodotto di origine vegetale, derivato dai residui di lavorazione della canna da zucchero, che è la base di tanti polimeri moderni.

 

Biofoam, l’evoluzione green di plastiche e polistiroli

Il brevetto olandese del biofoam, così si chiama questo nuovo materiale, è stato dunque, come dicevamo, sviluppato in Italia dalla Green Evolution, di Marco Benedetti, che spiega ancora: «Il nostro obiettivo è ingegnerizzare le materie bioplastiche: di fatto individuiamo applicazioni pratiche per polimeri innovativi biobased di origine vegetale. Il biofoam è proprio uno di questi: viene prodotto utilizzando acido polilattico che non emette composti organici volatili ed è biodegradabile nel giro di tre mesi. Ogni anno nel mondo vengono consumati 70 milioni di vaschette per il gelato, 35 milioni di cassette per il contenimento e il trasporto del pesce e 50 milioni di vasetti per la preparazione di piantine da trapiantare – dichiara Benedetti – si tratta di un’enorme mole di materiali, il cui smaltimento rappresenta spesso un problema. Ora siamo in grado di fornire soluzioni concrete, convertendo le possibili fonti di inquinamento in risorse ecocompatibili: la bioplastica non produce diossina e, quindi, bruciarle significa originare energia pulita e rinnovabile; inoltre possono essere facilmente trasformate in compost con l’obiettivo di restituire al suolo quella naturalità che i fertilizzanti chimici hanno compromesso».

 

Bioplastica: il futuro prossimo venturo

Nel mondo ogni anno si producono solo 1 milione e 700 mila tonnellate di bioplastica, a fronte degli oltre 300 milioni di tonnellate di plastiche ‘tradizionali’. Sono quattro i principali campi in cui i materiali plastici realizzati con biopolimeri trovano un’applicazione significativa: packaging alimentare, edilizia, arredamento e settore igienico-sanitario. «La bioplastica rientra nell’orizzonte di un’economia circolare globale – afferma ancora Benedetti –. Purtroppo attualmente non esistono né un quadro normativo né una strategia politica precisa: mentre l’informazione in materia ambientale sta contribuendo allo sviluppo di una coscienza sociale, il mondo istituzionale è chiamato da subito a favorire e incentivare lo sviluppo e l’utilizzo dei materiali puliti». Di fatto, l’intera partita è in mano alle sole imprese:b6986e69-d0a9-480e-aeb3-f894e3f05220 «L’auspicio è che tra le singole aziende si attivi un confronto costante e proficuo per rispondere al desiderio di crescita sostenibile per il superamento del modello produzione-consumo-smaltimento». Il vantaggio di questi prodotti è che possono essere smaltiti nella raccolta dell’organico. Ma anche se venissero dispersi nell’ambiente, il danno sarebbe decisamente modesto perché, aggiunge Benedetti, «si scioglierebbero in circa tre mesi». Non manca qualche criticità, prima fra tutte è il prezzo. Un oggetto in bioplastica costa mediamente il doppio dell’omologo tradizionale, nel caso del gelato, per esempio, si arriva a 60-70 centesimi di euro. «Purtroppo la legge non aiuta», continua Benedetti. «In Europa, ma anche in Italia, mancano le norme e non sono previste agevolazioni per chi utilizza questi materiali Un riconoscimento, però, sarebbe davvero necessario: non bisogna dimenticare che queste pratiche abbattono notevolmente i costi di smaltimento dei rifiuti». Per ora il fenomeno ha una dimensione contenuta, quindi, ma il trend è in crescita, grazie anche alle novità che offre il mercato. Ci sono prototipi di caschi per biciclette costruiti sfruttando le proprietà della bioplastica che, essendo di origine vegetale e non petrolifera, è isolante anche in termini di calore. Oppure, imballaggi per la conservazione degli alimenti che si annunciano rivoluzionari. Green Evolution ne ha appena presentata una serie: «Saranno in grado di allungare la “vita” agli ortaggi e ridurre l’ossidazione dei frutti – conclude Benedetti -, senza additivi chimici, semplicemente sfruttando quello che la natura mette a disposizione».

 

 

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Tags: Impatto Ambientale Plastica

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