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Cambiamenti climatici e cibo: rapporto a rischio

I cambiamenti climatici in atto non avranno effetti solo sui ghiacci e sulla vita degli orsi polari ma toccheranno ciascuno di noi in un settore della nostra esistenza di fondamentale importanza: il cibo.

 

I cambiamenti climatici: dai ghiacci alla nostra tavola

Per inquadrare meglio la problematica, possiamo farci aiutare dalla definizione offerta dallo United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) per capire cosa intendiamo con cambiamento climatico: un cambiamento – maggiore rispetto alla variabilità naturale del clima osservata in paragonabili periodi di tempo – dello stato del clima; tale variazione è attribuita ad un’alterazione della composizione dell’atmosfera globale, direttamente o indirettamente causata dall’attività dell’uomo (http://newsroom.unfccc.int/). Secondo l’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (http://www.ipcc.ch/) – tra i fenomeni evidentemente correlati a tali cambiamenti possiamo citare l’incremento complessivo delle temperature su scala globale, lo scioglimento e conseguente contrazione della superficie terrestre e marina coperta dai ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, la variazione nella manifestazione territoriale e nell’intensità delle precipitazioni, nonché l’incremento della frequenza di fenomeni “estremi”. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC i futuri cambiamenti climatici non riguarderanno soltanto l’innalzamento delle temperature, ma produrranno anche una modifica dell’intero sistema climatico con serie ripercussioni sugli ecosistemi e sulle attività umane (prevalentemente sull’attività agroalimentare). Le problematiche relative al cibo e alla alimentazione riguarderanno dunque tre settori fondamentali: la qualità e la sicurezza alimentare, la reperibilità e quantità del cibo, la produzione delle merci.

 

Cibo meno sano e meno nutriente

Una delle conseguenze meno studiate sino ad ora dei cambiamenti climatici in relazione al cibo è legata al peggioramento della qualità degli alimenti, dovuta in particolare alla maggiore concentrazione di CO2. Ci sono in realtà due differenti modi con cui l’aumento della CO2 e i conseguenti cambiamenti climatici vanno ad alterare la sicurezza degli alimenti. (https://health2016.globalchange.gov/food-safety-nutrition-and-distribution). Il primo è associato con l’aumento delle temperature globali e le successive variazioni delle condizioni meteorologiche e con gli eventi climatici estremi. I cambiamenti attuali e quelli futuri del clima e dell’ambiente hanno conseguenze per la contaminazione, il deterioramento e l’interruzione della distribuzione alimentare. I pericoli principali risiedono nell’aumento della possibilità di contrarre virus come la salmonella o il noro-virus o altri tipi di malattie dovute alla contaminazione alimentare. Negli Stati Uniti i Centri di Controllo e Prevenzione delle Malattie stimano già ora in circa 48 milioni di casi l’anno le problematiche di salute legate alla contaminazione alimentare, con circa 3mila decessi conseguenti. I cambiamenti climatici dovuti all’aumento delle temperature e alle condizioni atmosferiche più estreme (in particolare la maggior frequenza di inondazioni e siccità) fanno prevedere un deciso aumento di tali complicanze. Il colera è forse l’esempio migliore per comprendere il potenziale di modifica nelle dinamiche di trasmissione di fattori patogeni a causa dei cambiamenti climatici. Uno degli effetti più rilevanti dell’elevata concentrazione di CO2 è l’alterazione dell’acidità degli oceani. Questo fenomeno comporta un innalzamento del pH dell’acqua e di conseguenza un aumento del potenziale di diffusione della malattia attraverso l’assunzione di cibo come pesci, molluschi, alghe derivanti dalle acque (https://www.barillacfn.com/media/publications/pp-cambiamento-climatico-agricoltura.pdf). La seconda via riguarda gli effetti diretti della CO2 sulla fotosintesi delle piante. Concentrazioni più elevate di CO2 stimolano la produzione di carboidrati e la crescita delle piante stesse, ma possono abbassare i livelli di proteine e minerali essenziali in numerose colture di largo consumo, come il frumento, il riso e le patate, con conseguenze potenzialmente negative per l’alimentazione umana. Il rischio è quindi quello di vedere arrivare in tavola cibi sempre meno sani e meno nutrienti.

 

Cambiamenti climatici e diminuzione delle risorse disponibili

Secondo lo studio “Global and regional health effects of future food production under climate change: a modelling study”, pubblicato su The Lancet da un team di ricercatori dell’Oxford Martin Programme on the Future of Food e dell’International Food Policy Research Institute (IFPRI) entro il 2050 i cambiamenti climatici potrebbero ridurre di circa un terzo il previsto miglioramento della disponibilità di cibo e portare a riduzioni pro-capite medie del 3,2% (99 kcal al giorno) per disponibilità di cibo, del 4% (14,9 grammi al giorno per frutta e verdura) e dello 0,7% (0,5 grammi al giorno) di consumo di carne rossa. Tra le cause maggiori della diminuzione delle risorse disponibili si inserisce di certo la frequenza e l’intensità dei disastri ambientali, che riducono la capacità delle persone di effettuare il raccolto e avere accesso al cibo. Tali disastri legati al clima vanno a distruggere non solo le coltivazioni ma anche gli strumenti e le attrezzature per la produzione, rendendo così la ripresa difficile e lunga. I problemi, poi, non riguardano solo l’agricoltura. Anche la pesca è minacciata: in alcune aree marine dei tropici, ad esempio, si prevede una riduzione del pescato tra il 40 e il 60%.

 

Agricoltura e cambiamenti climatici: un rapporto causa-effetto

Agricoltura e cambiamenti climatici hanno un rapporto causa-effetto bidirezionale. Se infatti è ormai chiaro che le colture subiscono in modo pesante gli impatti negativi dei cambiamenti climatici (temperature più alte ad esempio diminuiscono notevolmente la reda dei raccolti) è stato accertato come l’agricoltura stessa sia causa di un aumento della CO2 e quindi contribuisca in maniera sostanziale all’aggravamento della problematica. L’attività agricola va dunque a produrre una quota pari al 33% del totale delle emissioni dei gas serra annuali del mondo, contribuendo in realtà in misura molto modesta alla produzione di anidride carbonica e incidendo invece in maniera più imponente nella generazione di protossido di azoto e metano, soprattutto a causa delle attività di allevamento e risicoltura e, in parte, a quella di fertilizzazione del suolo (https://www.barillacfn.com/media/publications/pp-cambiamento-climatico-agricoltura.pdf).

 

Dal pane al caffè: ecco cosa potremmo non mangiare più

La rivista americana Good (https://www.good.is/slideshows/eight-foods-you-should-stock-up-on-before-climate-change-takes-them-away#0), in relazione ai cambiamenti climatici, ha voluto stilare una lista di alimenti che sono a rischio e che fra qualche anno potremmo fare fatica a trovare sulle nostre tavole. Tra di essi alcuni cibi immancabili nelle nostra quotidianità. Tra i primi il pane. Già dallo scorso anno, i prezzi del grano sono raddoppiati a causa della siccità e degli incendi occorsi in Russia e in Australia. Si stima che entro il 2030 il prezzo del pane potrebbe aumentare del 90% proprio a causa della sempre minor quantità di grano disponibile. Stessa problematica sta vivendo anche il commercio del caffè: i cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova le piantagioni di Brasile, Vietnam e del continente africano e stanno provocando anche in questo caso un aumento del prezzo, arrivato a +25% nell’ultimo anno. Della moria delle api, e quindi del decremento netto nella produzione di miele, già si parla da anni ormai. Solo negli ultimi anni, invece, si assiste a problematiche relative a due bevande importanti e diffuse nel mondo: il vino e il bourbon. Per il primo, i problemi derivano dal calo della produzione di uve da vino in California, che potrebbero diminuire addirittura del 50% entro il 2040 se si verificasse un ulteriore progresso nel riscaldamento globale. Per il secondo, il problema è legato alla difficoltà del processo di invecchiamento che diventerebbe impossibile nel caso di un aumento di tre gradi delle temperature. Anche la produzione di cioccolato potrebbe ridursi notevolmente in caso di una terra più calda, in particolare nelle piantagioni in Ghana e Costa d’Avorio, andando inoltre a indebolire notevolmente le economie di tali paesi strettamente legate al commercio del cacao.