I PFAS nel nostro corpo: il primo studio nazionale rivela cosa possiamo fare

Il governo britannico lancia il primo studio nazionale per misurare i livelli di PFAS nel corpo umano. Scopri cosa sono questi 'forever chemicals' e perché preoccupano gl

Ci sono sostanze chimiche che, una volta prodotte, non scompaiono più: né dall’ambiente, né dal nostro organismo. I PFAS forever chemicals — acronimo di per- and polyfluoroalkyl substances, ovvero sostanze per- e polifluoroalchiliche — sono al centro di un’iniziativa senza precedenti nel Regno Unito: il primo studio nazionale mai condotto per misurare quanto queste molecole siano presenti nel corpo umano della popolazione britannica. Un passo concreto, finalmente, verso una comprensione più chiara di un problema che riguarda tutti noi, anche al di fuori dei confini inglesi.

Cosa sono i PFAS e perché li chiamano “forever chemicals”

Il termine forever chemicals non è un’iperbole giornalistica: descrive con precisione una caratteristica chimica fondamentale di queste sostanze. I PFAS comprendono un gruppo di oltre 15.000 composti chimici sintetici, tutti accomunati da legami carbonio-fluoro estremamente stabili — tra i più robusti che esistano in chimica organica. Questa stabilità li rende resistenti al calore, all’acqua, agli acidi e alla degradazione biologica. Il risultato? Una volta immessi nell’ambiente o nel corpo umano, tendono ad accumularsi senza scomparire.

La loro storia produttiva è lunga: i PFAS vengono utilizzati in modo massiccio dagli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, proprio grazie alla loro straordinaria resistenza all’acqua. Decenni di applicazioni industriali e consumer hanno fatto sì che oggi queste sostanze siano letteralmente ovunque. Si trovano nei rivestimenti antiaderenti delle pentole, nei tessuti impermeabili, negli imballaggi alimentari, nei prodotti farmaceutici e in molti altri materiali di uso comune. Non si tratta di sostanze di nicchia: sono ingredienti di una modernità che ha privilegiato la praticità senza sempre considerare le conseguenze a lungo termine.

La pervasività dei PFAS è documentata anche dalla loro presenza in ecosistemi naturali: uno studio condotto dal Otter Project dell’Università di Cardiff ha rilevato la presenza di PFAS nelle lontre inglesi, animali che vivono a stretto contatto con i corsi d’acqua dolce. Se queste sostanze raggiungono la fauna selvatica, non sorprende che siano state trovate anche nel corpo umano — nel sangue, nelle urine, nella placenta, nel cordone ombelicale e persino nel latte materno.

Lo studio britannico: cosa prevede e chi lo conduce

È in questo contesto che il governo del Regno Unito ha deciso di agire con un approccio scientifico sistematico. Nel corso del 2026, la UK Health Security Agency (UKHSA) ha avviato il primo studio nazionale dedicato alla misurazione dei livelli di PFAS nella popolazione britannica. Si tratta di un’iniziativa pionieristica per il Paese: mai prima d’ora era stato condotto un rilevamento su scala nazionale di questo tipo.

La metodologia è diretta e concreta: l’UKHSA raccoglierà campioni di sangue e urine da partecipanti selezionati, con l’obiettivo di ottenere dati rappresentativi sull’esposizione reale della popolazione. Lo studio non si limita ai soli PFAS: verranno analizzati anche altri contaminanti ambientali come piombo e arsenico, fornendo così un quadro più ampio dello stato di salute chimica della popolazione britannica. I primi risultati sono attesi nel 2027, e rappresenteranno una base dati preziosa non solo per il governo britannico, ma per la comunità scientifica internazionale.

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L’importanza di questo studio va oltre la semplice misurazione. Conoscere i livelli effettivi di PFAS nel corpo delle persone permette di calibrare le politiche di salute pubblica, di aggiornare i limiti di esposizione consentiti e di orientare le scelte regolatorie su prodotti e acque potabili. Senza dati, qualsiasi politica rischia di essere cieca.

Cosa dice la scienza sui rischi per la salute

La domanda che molti si pongono è comprensibile: quanto sono pericolosi i PFAS per la salute? La risposta onesta, allo stato attuale delle conoscenze, è che le prove scientifiche suggeriscono impatti probabilmente limitati per la maggior parte delle persone, ma che esistono associazioni documentate che meritano attenzione.

I legami più solidi emersi dagli studi su grandi popolazioni riguardano due fenomeni specifici: un aumento del colesterolo nel sangue e un ridotto peso alla nascita nei neonati esposti durante la gravidanza. Questi non sono effetti trascurabili: il colesterolo elevato è un fattore di rischio cardiovascolare ben documentato, e un peso inferiore alla nascita può avere conseguenze sullo sviluppo a lungo termine del bambino.

Ciò che rende la questione complessa è la natura stessa dei PFAS: non stiamo parlando di una singola sostanza, ma di oltre 15.000 composti diversi, ciascuno con proprietà chimiche e potenziali effetti biologici propri. La ricerca scientifica ha finora studiato solo una frazione di questi composti in modo approfondito. Lo studio britannico potrà contribuire a colmare questa lacuna, fornendo dati di esposizione reale da incrociare con i dati di salute della popolazione.

È importante sottolineare che l’obiettivo non è alimentare la paura, ma costruire conoscenza. Sapere è il primo passo per proteggere: sia i singoli cittadini, sia le comunità nel loro insieme. Un approccio informato permette di fare scelte più consapevoli, senza cadere nell’allarmismo né nell’indifferenza.

I PFAS nell’acqua potabile e nell’ambiente quotidiano

Uno degli aspetti più discussi riguarda la presenza di PFAS nelle fonti di acqua potabile in Inghilterra. La contaminazione delle acque è una delle vie di esposizione più dirette per la popolazione, poiché l’acqua del rubinetto è consumata quotidianamente da milioni di persone. Le autorità britanniche stanno monitorando la situazione, e lo studio dell’UKHSA fornirà dati utili per valutare se i livelli di esposizione attraverso l’acqua siano significativi.

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Ma l’acqua non è l’unica fonte. I PFAS entrano nella nostra vita attraverso molteplici canali: i contenitori e imballaggi alimentari trattati per resistere all’umidità e ai grassi, i tessuti impermeabili usati per giacche a vento e abbigliamento outdoor, i rivestimenti antiaderenti delle superfici da cucina, e i prodotti farmaceutici che li utilizzano come eccipiente o componente funzionale. In tutti questi casi, piccole quantità di PFAS possono migrare verso l’ambiente o verso il corpo umano nel corso del tempo.

Questo non significa che ogni giacca impermeabile o ogni padella antiaderente rappresenti un pericolo immediato. Significa, piuttosto, che l’esposizione ai PFAS forever chemicals è un fenomeno cumulativo e diffuso, che si costruisce nel tempo attraverso molte piccole fonti. Comprendere la portata di questa esposizione è esattamente ciò che lo studio britannico si propone di fare.

Perché questo studio conta anche per noi

Il problema dei PFAS non è esclusivamente britannico. Queste sostanze sono state prodotte e utilizzate in tutto il mondo industrializzato, e la loro presenza nell’ambiente è un fenomeno globale. L’Italia, come altri Paesi europei, ha già dovuto affrontare casi di contaminazione da PFAS in aree specifiche, con implicazioni per la salute pubblica e per la gestione delle acque.

Lo studio dell’UKHSA rappresenta quindi un modello che altri Paesi potrebbero seguire. Avere dati nazionali sistematici sull’esposizione umana ai PFAS è un prerequisito per politiche efficaci: permette di identificare le popolazioni più esposte, di valutare l’efficacia delle misure di bonifica ambientale e di aggiornare i limiti regolatori sulla base di evidenze concrete piuttosto che di stime teoriche.

Per chi vuole approfondire il tema a partire da fonti ufficiali, la copertura della BBC offre un punto di partenza solido e aggiornato sull’annuncio dello studio britannico.

Nel frattempo, la cosa più utile che possiamo fare — come consumatori e come cittadini — è restare informati, sostenere la ricerca scientifica indipendente e chiedere trasparenza alle istituzioni. I dati che emergeranno nel 2027 dallo studio britannico saranno un contributo prezioso per tutti: non solo per capire meglio i rischi, ma per costruire un futuro in cui la chimica al servizio della vita quotidiana non lasci tracce indelebili nel nostro corpo e nell’ambiente che abitiamo.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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