Cibo sicuro: il problema del packaging alimentare

Cibo sicuro: il problema del packaging alimentare

Inutile negarlo. Una delle conquiste della modernità, da oltre mezzo secolo a questa parte, è la comodità di avere a disposizione del cibo sicuro e a prova di salute grazie al fatto che gli alimenti e le bevande vengono inscatolate, imballate. La confezione conserva il cibo integro e perfettamente edibile fino al momento del consumo e comunica molte informazioni estremamente importanti per la salute: gli ingredienti, la data di scadenza, talvolta anche le modalità per consumare l’alimento in questione nel modo più opportuno e altro ancora. Inoltre il packaging consente di avere l’alimento pronto e a disposizione proprio nel momento in cui ne abbiano necessità e offre anche la possibilità di trasportarlo facilmente nel luogo in cui verrà consumato, che non sempre è la propria abitazione. Dalla busta di plastica che contiene il piatto pronto congelato, alla scatoletta metallica che conserva il tonno, fino alla bottiglia di vetro dalla quale versiamo l’acqua o il vino, le confezioni che racchiudono il cibo che mangiamo fanno parte integrante della nostra quotidianità. med-photos_fastfood-packaging_nr_printEsiste però anche l’altra faccia della medaglia: paradossalmente il confezionamento che serve, tra l’altro, a rendere il cibo sicuro, può spesso renderlo al contrario pericoloso per la salute. E questo può avvenire in diversi modi. Tutte le scatole e gli imballaggi, infatti, una volta che il contenuto è stato consumato, finiscono nel sacco dei rifiuti e da lì nelle discariche. A migliaia, a milioni. Di più. I materiali di cui sono fatte le confezioni non sono certo edibili e, rimanendo a contato con il cibo per settimane, mesi, in alcuni casi anche per anni, finiscono inevitabilmente per trasferire qualche sostanza chimica al cibo stesso. C’è infine da calcolare il fatto che la produzione del packaging ha un pesante costo in termini di utilizzo di ingentissime quantità di risorse naturali. Solo per fare un esempio, secondo i dati forniti dall’Epa (l’Agenzia per la protezione dell’Ambiente del governo americano), nel 2006 circa 331 milioni di barili di petrolio e gas naturale sono stati utilizzati per produrre materiali plastici negli Stati Uniti, pari al 4,6% del consumo totale di petrolio raggiunto dagli Usa in quell’anno.

Materiali sicuri per alimenti sicuri

Quello che quotidianamente ingeriamo si può dunque definire cibo sicuro per la nostra salute? Innanzitutto è opportuno chiarire che non tutti i materiali usati per confezionare il cibo hanno lo stesso tipo di impatto sugli alimenti, ma occorre avere la consapevolezza che qualsiasi tipo di confezione avrà un qualche influsso sull’alimento, magari minimo ma ce l’avrà. Da anni in tutto il mondo gli studi degli scienziati per arrivare ad avere un cibo sicuro proseguono. Lo sforzo va nella direzione di arrivare a produrre nuovi materiali con la minor capacità possibile di far “migrare” le materie chimiche dagli imballaggi agli alimenti. Fra tutti il vetro viene considerato il materiale per imballaggio più sicuro, in quanto chimicamente inerte. Eppure anche quando l’alimento è contenuto nel vetro possono esserci dei potenziali pericoli per la salute, poiché alcuni tipi di vetro contengono una certa quantità di piombo. Allarmanti in questo senso sono i dati forniti da una ricerca portata avanti negli anni scorsi dall’Istituto di Geochimica Ambientale dell’Università di Heidelberg, in Germania. Esaminando 125 marche di acqua potabile di 28 diversi Paesi, i ricercatori tedeschi hanno rilevato come le acque confezionate in bottiglie di vetro contenevano una quantità di piombo dalle 26 alle 57 volte superiore rispetto alle acque imbottigliate nel polietilene tereftalato (PET). Inoltre recenti studi hanno dimostrato che in caso di imballaggio nel vetro la migrazione chimica avviene non partendo dall’involucro, bensì dai materiali utilizzati per sigillare i coperchi metallici sui vasetti di vetro. Se passiamo ad analizzare la carta e il cartone non si può non registrare come questi siano materiali estremamente leggeri ed economici da produrre. Sotto questo aspetto sono dunque molto ecologici, poiché per crearli vengono consumate quantità contenute di materie prime e anche le quantità di combustibili necessari per il loro trasporto sono molto inferiori rispetto a quanto accade con altri tipi di imballaggio. Kellogg-s-cereal-products-600x378Ma anche in questo caso sotto il profilo della sicurezza alimentare possono esserci dei problemi. Per fare soltanto un unico ma famoso esempio, nel 2010 la Kellogg’s fu costretta a ritirare dagli scaffali di negozi e supermercati di tutto il mondo oltre 28 milioni di scatole di cereali a causa degli elevati livelli di metilnaftalene che dal cartone di imballaggio migravano nell’alimento. Per fortuna della stessa Kellogg’s e di tutti i consumatori furono solamente cinque le persone che denunciarono di essersi sentite male dopo aver ingerito i cereali contenuti nelle scatole “incriminate” e per nessuna di queste cinque persone ci sono stati in seguito seri problemi di salute. Ancora oggi però nessuno sa con certezza quali possano essere le potenziali conseguenze derivanti dall’ingestione del metilnaftalene. Da quanto osservato fino a oggi dai ricercatori è possibile senz’altro affermare che gli inchiostri da stampa presenti sopra gli imballaggi di carta e cartone tendono a passare sugli alimenti, esponendo potenzialmente i consumatori a rischi per la salute, in particolare gli ftalati tendono a dare disturbi al sistema endocrino.

Riuso, riciclo e lightweighting: guerra al troppo packaging

La migrazione di sostanze chimiche dagli imballaggi è sicuramente una questione aperta nell’ambito della sicurezza alimentare. Basti pensare che da uno studio condotto nel 2007 dall’Ufficio per il Controllo della sicurezza alimentare del Cantone di Zurigo è risultato che la migrazione chimica derivante dagli imballaggi alimentari è notevolmente superiore a quella causata da pesticidi e inquinanti ambientali. Alla faccia del cibo sicuro. Non è questo però l’unico problema portato dal packaging. Il cibo e il suo imballaggio possono creare problemi alla salute dell’uomo anche a prescindere dal suo consumo. L’impatto ambientale delle confezioni alimentari sta diventando una delle prime preoccupazioni per amministratori, ambientalisti e ricercatori che (ciascuno nel suo ambito di competenza) si trovano a dover affrontare la spinosissima questione dello smaltimento dei rifiuti. Per uno scherzo della storia l’aver perseguito il giusto obiettivo della massima riduzione dello spreco di cibo, ha finito per portare a impiegare molto più imballaggio (si pensi alle monodosi). Nel 2010 un terzo dei rifiuti solidi urbani prodotti dai cittadini statunitensi era costituito da packaging alimentare. vetro-riciclato-bUn’enormità. La battaglia per far diminuire il più possibile l’impatto ambientale degli imballaggi alimentari si muove lungo tre direttrici. La prima è quella che gli americani chiamano lightweighting, che si potrebbe tradurre con la parola italiana “dimagrimento”. E in effetti quello che si cerca di fare è rendere più “snelle” e leggere le confezioni alimentari al momento della loro produzione. Per fare un solo esempio nel corso degli anni Duemila il peso dei contenitori di vetro in America è diminuito di circa il 50%. La seconda strada che viene battuta per ridurre l’impatto ambientale del packaging alimentare è quella del riutilizzo. In questo senso un ottimo modello da seguire è quello della Germania, dove quasi la metà delle bevande analcoliche e la maggior parte delle birre in commercio vengono vendute in bottiglie riutilizzabili. Ultimo (ma non certo per importanza) mezzo per combattere il troppo imballaggio è il riciclo. In questo senso anche l’Italia ha cominciato già da qualche anno a fare la sua parte con risultati diversi a seconda dei comuni, che sono le amministrazioni che si occupano in prima battuta della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. E se è vero che non abbiamo ancora i numeri degli Stati Uniti (dove, per esempio, si ricicla il 67% dei contenitori in metallo e oltre il 50% di quelli in alluminio), è altrettanto vero che la strada è ormai tracciata e che nei prossimi anni i numeri del riciclo, anche di quello nostrano, sono destinati salire. Per un cibo sicuro anche in smaltimento.